01 Febbraio 2019, 18:30
Bioggio, Casa comunale

Nell’ambito della programmazione culturale promossa dal Comune di Bioggio viene inaugurata

 

venerdì 1° febbraio 2019 alle 18:30

 

l'esposizione delle opere di Franco Ghielmetti
"La scorza dei giorni"

 

dal  1° febbraio al 17 marzo 2019.



ORARI -  Lunedì 16-19; martedì, mercoledì e venerdì 9.45-11.45; giovedì 11-14.

 

Le esposizioni sono come sempre sostenute da Banca Raiffeisen Malcantonese, AIL SA e Tenuta Bally & Von Teufenstein Vezia.

 

 

di Prisca Agustoni

 

Il blu intenso, oltremare, comune in molte delle opere di Franco Ghielmetti evoca sin dal suo nome non solo luoghi e riferimenti cari al mondo creativo dell’artista (l’oriente, il viaggio, il desiderio di sentirsi vivere in un “oltre”, il superare l’orizzonte fermo dello sguardo), ma è anche responsabile per l’impatto estetico che le opere esposte in questa mostra causano nello spettatore, ora ammaliato, ora in balia del blu delle “strisce di mare o cielo apparente” di lontano dall’equilibrio, che ci ricordano il cielo della Cappella degli Scrovegni di Padova dipinta da Giotto. Ma le stelle nei dipinti di Ghielmetti sono rare, appena accennate, spirali che non sono più simboli dell’armonia e del divino, ma portano via, lontano, e indicano, come delle frecce semplici e dense di significato, un altrove che si situa in basso, verso la terra. E così, se nel passato questo colore era considerato tra i più ricchi e preziosi, in Ghielmetti l’operazione sembra essere esattamente l’inverso: servirsi del suo retaggio per illuminare, risignificare, rivestire di un nuovo senso oggetti e residui che per la società non hanno più uno scopo.

Oggetti dimenticati, lasciati lì a fossilizzare. Lontano dall’equilibrio è infatti dove si muove la vita, dove l’artista coglie le rovine del nostro oggi, relitti abbandonati sulla scorza del mondo che si ammassano agli angoli della strada. Lontano dall’equilibrio è anche dove Ghielmetti sa che vive il movimento essenziale per cogliere le zone d’ombra del nostro tempo, gli scarti che contano, e dove si susseguono gli accadimenti degni di essere raccontati e fare in modo che l’artista diventi, come lo definisce Agamben, il termometro sensibile della contemporaneità.

Sviare lo sguardo, non più quella natura, quella piena natura spaventosa e grandiosa che causava fascino e sgomento negli spiriti inquieti della modernità, ma rovistare tra le scorie del quotidiano che produce ossessivamente dei resti, i rimasugli della distruzione in corso nel pianeta sono alcune delle tracce visibili nelle opere di Ghielmetti, un lavoro che sembra teso alla volontà di dire il massimo con il minimo, in sintonia con un’etica della precarietà che risponde alla consapevolezza del nostro tempo attraversato dal sentimento di fragilità e abbandono. Tuttavia anche la bellezza, soprattutto la bellezza, s’insinua nelle sue opere, a testimoniare la possibilità di cogliere, nell’apice della fragilità, un senso, la pienezza, la semplicità che si fa archetipo di un linguaggio anteriore alla parola che lo limita. Così magari riusciremo a vedere nei petali del gelsomino (in Trachelospermum) le ali di un insetto nascosto o meglio ancora, un’elica in riposo pronta al volo, invertendo di nuovo l’asse dello sguardo verso il basso e facendo slittare il significato dall’immagine in sé alla riflessione.

Con questo gesto apparentemente semplice di far ruotare lo sguardo dall’alto verso il basso si dicono molte cose importanti relative alla storia del pensiero moderno, in particolare è evidente che il cielo blu oltremare di una chiesa medievale incastonata nel tempo e illuminata dalla fede non ci spiega più, da sola, il senso della vita, ma lo fa piuttosto la cruda certezza del tempo che attraversa “la scorza dei giorni” e gli oggetti lasciati a decomporre tra sacchi di immondizia, quasi fossero degli strani corpi avvizziti, meteoriti caduti da un luogo distante.

In questo senso la scorza, uno degli elementi scelti da Ghielmetti per comporre le opere della sequenza Item, rappresenta ciò che protegge il frutto al suo interno, ma anche quello che lo isola dal mondo, e che con il passare del tempo può indurirsi e diventare quasi una calce ruvida e dura. Il titolo della mostra stimola quindi una riflessione suggestiva e inquietante sulla natura della vita (protetta? indurita?) sotto la scorza ruvida, come i tessuti sgualciti di cui lui si serve nei suoi lavori, e sulla fragilità del nostro rapporto con l’alterità, con la materia organica di cui siamo fatti (di conseguenza, con la coscienza del nostro limite che è la morte) e con il tempo.

Inoltre, la nostra fragilità è visibile negli elementi scelti dall’artista per rappresentare quello che siamo – attraverso ciò che consumiamo e scartiamo: pochi referenti organici, in parte riconoscibili dopo il processo di mummificazione e colorazione (nella serie Item) e che rivelano il risultato del processo di riciclaggio realizzato da Ghielmetti.

Le sue reliquie del quotidiano sono banane, bucce d’arance, foglie, uova, pezzi di stoffa, scatolette di latta, semi, qualche frutto irriconoscibile, rifiuti da lui recuperati per strada. Ed è proprio dal processo di riciclaggio (dal greco, kyklos, cerchio, giro), ovvero reinserire in un ciclo di esistenza, di senso, che gli oggetti della serie Item assumono la loro forte valenza: il blu li riveste, proprio quel blu che in passato rendeva eterni le cose e l’uomo avvicinandoli al divino, in Ghielmetti serve ad avvivare gli oggetti quasi morti, senza storia.

Così facendo, togliendoli dalla loro insignificanza e rianimati dal colore (seppure mai fatti diventare meri adorni impreziositi e privi di senso), gli oggetti scartati, recuperati dalla spazzatura, inseriti nella ruota della storia, guadagnano il protagonismo della propria esistenza. Incarnano nuovamente ed escono dall’opacità generale del mondo, brillano di luce propria, pur se di luce scura, malinconica, quasi nera.

Si tratta come detto di oggetti organici che nella loro ieratica semplicità non negano il complesso processo che li ha generati. L’artista li vede, attento, per strada, li recupera, li salva dal silenzio assordante dell’indifferenza e li congela attraverso la mummificazione, rendendoli “eterni” sotto la coltre del blu divino, ed esposti ad uno sguardo attento, lungo, esigente. Uno sguardo vero. Il vostro sguardo, ora e qui, un luogo non casuale dove si entra predisposti all’ascolto e alla costruzione di nuovi significati, anche per quegli oggetti inutili e dimenticati.

Questo succede ad esempio con l’uovo, fermo nella sua condizione dischiusa, sul limite incalcolabile tra la pienezza autosufficiente e perfetta, e la crepa, lo squarcio, la contaminazione irreversibile. L’uovo presente nella scorza del giorno di Ghielmetti ha una concretezza organica tale da non invitare d’immediato a letture simboliche. Dopo aver pensato all’uovo come cibo commestibile, servito sul piatto in bella mostra, è però inevitabile scivolare nella nozione di origine, di rifugio, nozione questa sempre più precaria in un mondo invaso dall’indifferenza e dai resti del consumo, un troppo di tutto che assilla il presente. E l’uovo, questo oggetto embrionale e semplice, archetipo dell’origine della vita, è esposto dall’artista nella sua fragilità e nella sua potenza simbolica: piccolo, delicato, resistente.

Sono insomma queste reliquie del quotidiano, scarne visioni di un esserci, nonostante tutto, che provocano lo stupore e le domande ancora necessarie sulla natura delle cose e dei giorni. E sono queste stesse opere di Ghielmetti a proporci una realtà in movimento che, come in una caverna paleolitica millenaria, ripropone alle sue pareti nuovi segni di un linguaggio ancora da decifrare. Una realtà che si sposta lenta, tartaruga dalla corazza dura, quella raffigurata da Ghielmetti, capace però di provocare in noi una minima onda d’urto, una sospensione di tempo nel presente, un genuino desiderio di guardare al futuro, encore et encore, oltre la scorza dei giorni.

 

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