Sergio Brignoni
1903 - 2002
dal 17 giugno 2011

 

Vernice

venerdì 17 giugno 2011 alle ore 18.30

 

Presentazione
di Nastic Igor
testo di Giorgio Noseda
 

 

Verso la seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso un comune amico, il gallerista Arnaldo Carzaniga, mi presentò Serge Brignoni con Marlyse, la sua seconda moglie. Un incontro casuale, ma che suscitò in entrambi una immediata sintonia. Avevamo radici comuni, essendo nati a tutti e due a Chiasso, anche se Brignoni aveva lasciato la cittadina di confine per Berna molto presto e non vi sarebbe più rientrato stabilmente. Non dimenticò mai però le sue origini tanto che, all’inizio degli anni Ottanta, aveva manifestato l’intenzione di lasciare proprio a Chiasso la sua importante collezione d’arte di sculture e oggetti provenienti dall’Estremo Oriente, dall’India, dal Sud-Est asiatico, dall’Indonesia e dall’Oceania. Non soddisfatto della sede che la sua città natale aveva scelto per la sua raccolta, egli decise allora di donarla alla Città di Lugano, che allestì a Villa Heleneum quello che oggi è diventato il “Museo delle Culture”, imperniato proprio attorno alla sua prestigiosa collezione. Dopo il primo incontro, altri ne sono seguiti a Berna, in occasione delle mie visite nella Capitale per seguire le attività in favore della Ricerca svizzera sul Cancro. Serge Brignoni, pittore, scultore, collezionista Con lui ho visitato più volte la sede della Fondazione della Casa della Lega svizzera contro il cancro, alla quale Brignoni donò numerose sue opere. Era molto interessato a ciò che accadeva nel suo Cantone, di cui mi chiedeva notizie. E non dimenticò mai di essere stato curato da bambino all’Ospedale della Beata Vergine di Mendrisio, così che, quando seppe che, nel frattempo era sorto un nuovo ospedale, volle contribuire alla collezione di opere d’arte che lì stava consolidandosi,  donando una tavola e cinque grandi bassorilievi in alluminio dipinto, visibili nel patio interno e recentemente pubblicati nel catalogo “Curare con Arte. La raccolta all’OBV di Mendrisio”. Le metamorfosi di frammenti vegetali e animali, lo spazio, le forme surreali, la luce e i colori liquidi e iridescenti, narrano dell’immaginazione che si stempera nel sogno, oltre la realtà, emanando un fascino rimasto intatto nel tempo, come indelebile è il ricordo della sua figura di uomo sensibile, dolce e poetico.

 

Giorgio Noseda

Geometrie di Viaggio
di Daniele Cleis

dal 15 aprile 2011 al 6 giugno 2011

 

Vernice

venerdì 15 aprile 2011 alle ore 18.30


Presentazione
Come se fosse musica
Graziano Martignoni

 

"La natura dell’arte é di mettersi in pericolo", scrive Anselm Kiefer, uno dei più celebri artisti contemporanei. Potrebbe sembrare strano e persino irriverente citare un artista così lontano dal lavoro creativo di Daniele Cleis. Eppure quella frase ci aiuta a svelare provocatoriamente proprio l`anima segreta e celata delle opere di questa esposizione primaverile. Un’opera per un verso rigorosa e precisa, come se fosse alla ricerca di un ordine geometrico del mondo tra bianchi e neri, tra pieni e vuoti, per un altro divampante di irrequiete forme e colori. Dietro le vigilate forme, che sembrano voler rinchiudere i paesaggi del suo viaggiare nelle terre di mare, dall’Andalusia, alla Provenza ad Istambul, dalla Bretagna alle Cinque Terre sino a luoghi che non hanno luogo se non nell’immaginario, dentro alle sue geometrie, subito sconfitte dalle vibrazioni del sogno e ancor dietro il tratto della sua mano, che esprime l’impossibile ritrarsi dalla caoticità generativa della vita, abita il segno di un pericolo. Il segno ineludibile di un improvviso smottamento, che non si risolve qui in impaurita desolazione, ma in una tensione di movimento verso un altrove, un "Lontano" , come nel quadro che fa da copertina, in cui quelle geometrie, oramai conquistate dal sogno, si disperdono in spiracoli di fuga, che trascinano in una diafana luce mediterranea, come sospinte da un onda, l`attento sguardo. Spazio e movimento sono infatti le cifre esistenziali dell’opera di Cleis, sia per la parte xilografica che per quella pittorica. Un opera che racconta il viaggiare, il trasformarsi anzi il trasfigurarsi delle geografie di mare e di terra in fluidi paesaggi dell’anima. Un viaggiare verso un arrière-pays che fa scorgere una lontananza, a volte fuori dalla tela, altre nel cuore stesso dell’opera. Una lontananza, che ci spinge emozionalmente fuori, come se ci si trovasse di fronte ad un vortice in cui sprofondare e nello stesso tempo ad un`apertura, una sorta di porticina verso cui volare via come l’acqua che tracima silenziosamente, quasi inavvertitamente dal suo contenitore. Opera d’esattezza certamente, quella di Cleis, ma sempre fluttuosamente sospinta verso la sua terra promessa. Qui sta la sua messa in pericolo, che è il pericolo ineludibile della passione solo apparentemente custodita nel gesto creativo. Ciò che rende fondamentalmente dinamica la sua opera é proprio il suo muoversi, il suo faticoso farsi spazio , come fosse guidata da una forza interiore, che la rende trepidante e spirituale. Continua è infatti in essa l’oscillazione, - come in Concentrazione del 1999 - tra la ricerca di un centro e l’esplorazione dei bordi della vita che qui sembra rigenerarsi, come in Vortice primaverile 2 del 1999. Il pericolo non sta nella catastrofe, ma proprio in quel rigenerarsi incessante, che è il ribellarsi della vita alla tentazione della troppa quiete, nella continua necessità di esporsi all’attesa e all’accadere del mistero. Vi è così un segreto in queste sue tele, tra un gesto che sembra trattenere e imprigionare il reale e l’irrompere improvviso dell’inarrestabile, dell’incontrollabile. Non è però opera gemente ma gioiosa, come il grido, più che il sussurro, di una primavera che si nasconde anche nell’affanno. Tra queste sue tele soffia il vento, che l’artista da navigante conosce bene. Un vento che tutto ricompone e poi di nuovo scompiglia. Un vento che è il compagno di ogni viaggiare della mente e del mare, nello spazio tra mare e terra da cui prendono origine molte sue opere. Ma tutto ciò, come ad esempio in Andalusia 3 del 2004 o in Continuazione del 1982, è musica, diviene musica, come se nel guardare le opere di Cleis ci si trovasse improvvisamente di fronte ad una sorta di spartito musicale. Una musica che ricompone, come fosse un tessitore di fronte al suo telaio, i frammenti delle nostre emozioni, che hanno colto sulla tela la sorpresa di un altrove annunciato, per riappacificarci con il soffio amoroso della speranza.


Dialogare
di Loredana Baccianti
dal 4 febbraio 2011 al 10 aprile 2011
Vernice venerdì 4 febbraio 2011 alle ore 18.30


Presentazione
Sospesa ogni tensione conoscitiva per categorie della logica, si propone il mondo del simbolo, con i suoi modi d’espressione propri per analogia, ove il tutto si ricompone in un cogliere per parti.
D’obbligo è l’abbandonarsi all’ascolto di un linguaggio altro, in quel sapiente accedere all’espressione metaforica, in un cogliere quel dir di sé, dei moti interiori, delle profonde emozioni in modi blandi propri del sentire dell’artista.
Per segni, vorrei dire per simboli, in un parlar per metafora, talvolta anche per archetipi incontro Loredana.
Mi par di udire la sua voce in un dir per spirali, in un intrecciar di esili segni. Però sicuri. Posati sulla tela, quasi accarezzati, in un delicato atto di contemplazione del gesto, nel suo portar fuori la pienezza di un vissuto profondo e sofferto.
Colgo, in altri momenti, un animo che sente di dover dire con forza delle potenti vibrazioni di cui è investito. Vedo allora il suo gesto che si fa energico e forte.
Loredana racconta del travaglio suo nel vivere eventi di vita personali.
Sento in lei un peculiare modo di appropriarsi del segno in uno svolgersi e riavvolgersi di pensieri.
In un andar per spirali. Raramente linee chiuse. Un raccontar, il suo, talvolta colorato, talvolta meno.
Loredana dice di cose comuni, in un parlar della vita, della morte, dei legami che si fanno e si rifanno. Di intrecci che si rompono e che si rinnovano. Dice del suo vibrare al cospetto dei piccoli e grandi temi del quotidiano fare. Parla di quei sublimi momenti che segnano gli incontri.
Si propone, Loredana, con un dir al femminile in un sentir di donna; prima ancora di madre. Un parlar di donna e di madre, ancor anche un suo percepir come figlia, in un armonioso suo innestar sereno di interiori vicende sul solido tralcio di una sua originale ricerca. Un sentire profondo, mosso da un interiore mondo possente.
Mondo critico, a volte severo, che domina lo spirito enigmatico astratto e ribelle. Ribelle a modo suo. Ribelle nell’inseguir se stessa che scivola nel sublime, nell’esaltante, nell’immaginario, nell’irraggiungibile, cercando l’invisibile per disporne e farne fermo immagine, per afferrarne le forme, farle erompere e tradurle, trasformarle. Incontrarle sul far dell’Arte.
Forte e ricorrente appare, come detto, il segno della spirale. D’altra parte, come esplorare il mondo delle emozioni, in un andar per simboli e metafore, se non proponendo l’elemento acqua?
Acqua come liquido, in un richiamar quasi la fluidità del Pensiero.
Acqua che si avvolge su se stessa ed è di nuovo spirale. Acqua morbida e dolce ed è lago. Acqua che tutto avvolge, ed è sentimento. Acqua come emozione ed è Incontro.
Ancor è Donna, in un attrarre centripeto della forza vitale nell’ancorar la vita sulla Madre Terra. Ancor è spirale, come è per Spirale il procedere del moto delle Galassie. Come é la spirale a segnare l’impronta della mano dell’uomo che scambia nell’incontrare l’altro uomo.
Da un centro verso una periferia. Sempre inesorabilmente legati al centro. Di nuovo è legame.
In un procedere a spirale il viandante in Terra lascia il punto di partenza, in un’ascesi di spirito e di mente, in un progressivo sciogliere di legami, supera i limiti propri ed alla fine del suo percorso, ritorna al cielo.
In un darsi e ridarsi di vita, è l’Incontro col grande Mistero. Un continuo dialogare.


Michele Giovanettina

Pinguin Attimi

di Vincent Gregory

dal 15 ottobre 2010 a fine gennaio 2011 

Vernice venerdì 15 ottobre 2010 alle ore 18.30


Presentazione
"...Vincent Gregory, senza sosta, si è occupato di disegno nella sua vita. Una indagine sul segno- lineareche, una volta tracciato, raggiunge una sua forma compiuta.
Tracciati che iniziano il loro viaggio tra flusso continuo e intervalli, linee rette e curve a volte spezzate dal distacco della punta segnante che si districa nel raccontarsi e raccontare la presenza di più soggetti.
La riflessione è particolare, tocca il tempo e la ripetitività ed è vincolata dal gruppo; sono pinguini che, rivestiti umanamente, animano questi lavori.
L'operazione di Vincent, grafico-artista, inizia dai suoi cartoni bianchi ma prosegue anche su tele preparate a gesso e caseina, dove un segno-scrittura si allarga a macchia d’olio, abbracciando i vari formati.
Su supporti spesso quadrati traccia strutture, motivato dal tema dei pinguini, individua la contraddizione del movimento della società di massa.
Queste umane-cellule dalle sembianze di pennuti, in alcune opere di questa esposizione si ritrovano appena, rapportandosi al colore sembrano perdere profili, confondere i confini.
Se il primo periodo dell’ artista era in bianco e nero e i motivi venivano replicati con estremo controllo, ora il suo operare prende distanza dai primi cartoni: cerca e assume una sospensione.
Lo stesso tempo di esecuzione tocca più fasi, dove il primo stadio viene sopraffatto dalla ricerca più travagliata di un atmosfera emoziona e.
In questo ultimo ciclo di lavoro Vincent sembra viva il colore come luogo dell'anima e moto della suggestione. Gli attimi grafici sembrano perdersi in atmosfere pittoriche, la tinta diviene attimo,
atto tra sensibilità intima e realtà fugace e genera sul lavoro un contrappunto linguistico e formale... "
(estratto dal testo di Loredana Müller Donadini, 2010)



Vincent Gregory nasce a Stresa nel 1960, attualmente vive e lavora a Bellinzona, lo studio si trova in Via Prato Carasso. Ha esposto in Svizzera e all'estero ed ha soggiornato in Messico per un periodo di ricerca.

Sergio Emery

dal 18 giugno a fine settembre 2010

Vernice venerdì 18 giugno 2010 alle ore 18.30


Presentazione

Simona Ostinelli
 


Dal 18 giugno a fine settembre la Casa Comunale di Bioggio  ha ospitato una retrospettiva dedicata a Sergio Emery (1928-2003). La mostra, organizzata dal Municipio di Bioggio e curata da Ferruccio Frigerio, è l’occasione per ammirare per la prima volta un nucleo di trenta dipinti e carte pressoché inediti dell’artista ticinese. I Cactus di Emery sono opere di straordinario interesse e coprono circa un ventennio della sua attività, dal 1982 –anno in cui si vedono per la prima volta alla Galleria Immagine di Mendrisio- fino al 2003, anno della scomparsa del pittore. I Cactus vengono al culmine di un lungo lavoro che ha visto Sergio Emery indagare il rapporto fra uomo e natura. L’impegno ecologico dell’artista aveva infatti preso forma negli anni Settanta con la serie delle Protesi, tentativo di ristabilire il legame interrotto fra uomo e natura, ed era continuato in quella delle Serre, luoghi simbolici eretti a protezione degli spazi verdi. Nel 1997 un viaggio nelle Puglie con la moglie Giuliana darà nuovo impulso alla ricerca, tanto che il tema dei Cactus verrà ripreso con maggior vigore.

Simboli di resistenza alla vita, i cactus di Emery occupano quasi per intero la superficie del dipinto. Il pittore non abbandona mai lo spunto naturalistico: a volte i vegetali assumono la forma di un fungo atomico, altre di una mazza ferrata, o di una massa organica venata di sangue. Aggressivi sì, ma anche dolcissimi, quando ricordano un cuore palpitante o un profilo di bambino. Contornate da un profilo nero, queste presenze non hanno uno sfondo che le sostiene e sembrano emergere dal nulla. La pennellata è sciolta ed energetica, la materia a volte ricca, altre quasi liquida.

In occasione dell’esposizione viene pubblicato un catalogo con un contributo di Simona Ostinelli e una poesia di Elvis v.d. Meyden

 

Pietra Pittura Poesia
di Mariann Roth e Leo Kürzi
sito personale kuerziroth.ch
da aprile a giugno 2010

 

 

 

MARIANN ROTH
Al primo sguardo furtivo ai quadri di Mariann Roth, nulla fa pensare al processo di nascita e formazione al quale essi sono stati sottoposti.
Strisce e quadrati di tutti i colori si alternano o si aggiungono, in composizioni apparentemente ornamentali, a parole, versi, poesie, proverbi e modi di dire, a testi letterari ed altri scritti.
La tela non è più tela perché coperta da un pezzo di lamiera e da intonaco. Si potrebbe dire che la tela sia diventata un muro.
I colori, non sono colori comprati pronti per l’uso, ma sono colori nati da un processo di lavorazione tra i vari pigmenti e la caseina oppure un agglutinante o semplicemente un orlo d’uovo. Ed è forse proprio questa tempera che, applicata accuratamente sull’intonaco, da al quadro un effetto vellutato e una luminosità particolare.
Infine ci sono i titoli dei quadri. Sono titoli, semplici e comuni nel significato esteriore, come la vita nelle campagne dell’Umbria: il giorno e la notte, gli elementi della natura, le stagioni.
Sono composizioni da due, tre e più quadri, come la serie esposta qui a Bioggio dei dodici mesi dell’anno.
Ma questa semplicità è soltanto apparente perché se Mariann Roth si serve di questi titoli è perché proprio dalla loro semplicità nasce la sensibilità di ascoltare e osservare la natura: il vento, la luce, i colori, i mutamenti stagionali. A Casalini di Panicale tutto è diverso della Svizzera tedesca.
E infine ci sono i testi riportati sui quadri. Anche questi, spogliati apparentemente dalle loro virtù, ornano la superficie del quadro e soltanto nel leggerli riacquistano la loro dignità originaria.
Testo di Totò Mazzara
 
 
Biografia
Sono nata nel 1946, cresciuta a Zurigo dove ho frequentato le scuole dell’obbligo. Diverse formazioni e attività nel settore pedagogico e sociale. Per tanti anni ho lavorato come arte-terapeuta tanto in cliniche quanto in atelier privato. Sono madre di due figlie adulte. In tutti questi anni la pittura mi ha sempre accompagnata.
Come pittrice sono autodidattica.
A partire degli anni ‘70 ho participato a molte mostre personali e collettive. Nel 1997 mi sono trasferita a Stabio dopo di che ho acquistato con mio marito Leo Kuerzi una casa in Umbria dove lavoro esclusivamente come pittrice. La natura, la vita rurale semplice sono un fonte inesauribile di ispirazione per la mia pittura.
 
 
Mostre (a partire dal 2001)
2001 Galerie Billing, Baar
2002 Galerie Antonigasse, Bremgarten
2003 Galerie vista nova, Zurigo
2004 Künstlerhaus Freienbach SZ
2005 Altes Schützenhaus Zofingen AG
exp‘au Milan La Roche/Gruyère
2006 Galerie Antonigasse, Bremgarten
2007 Galerie Mollwo, Riehen
2009 Galerie ArteNa, Waltenschwil AG
 
 
 
LEO KÜRZI
Leo Kürzi non è qualcuno che gira per il mondo in cerca di motivi per le sue sculture. Il suo occhio è come addestrato a scoprire e intuire dove si nascondono le sue ispirazioni. Guardare e osservare non significa vedere. Leo Kürzi vede anche senza guardare. Il risultato di questa sua affinità si manifesta nelle sue opere. Simili alle pietre della spiaggia, levigate dal tempo, anche le opere di Leo Kürzi sono levigate e non soltanto alla superficie ma anche nella forma. Sono impressioni che, raccolte nel tempo, conservate e mischiate ad altre in una metamorfosi naturale e inconscia, diventano forma. Questo è anche uno dei motivi per cui lo scultore preferisce non dare un titolo alle sue opere. Lui non vuole limitare lo spazio d’associazione dell’osservatore. Questo deve essere libero di vedere qualcosa solamente sua, diventa creatore. Ci sono naturalmente anche delle opere le cui forme fanno immediatamente pensare a qualcosa ben determinata. Nel vedere una serie di lavori, in marmo di Carrara, non si può fare a meno di fare giustamente un associazione di pensiero con le case Leopoldine, in Toscana. Queste case, dalla pianta quadrata, hanno creato all‘artista la domanda: Quali altre architetture trovano posto in un cubo? Le risposte si trovano nella serie esposta. Indipendentemente dal tema, dalla forma e dal tipo di pietra impiegata, quello che conta per l’artista è che, alla fine del lavoro, le opere emanino un non so che di sublime bellezza.
Testo di Totò Mazzara
 
 
Biografia
1942 Nato a Rapperswil, apprendistato commerciale, attivo a Ginevra e New York.
1967 Scuola pedagogica a Wettingen, Università di Losanna, formazione di insegnante primario e secondario.
1971-83 Insegnante secondario nel cantone d‘Argovia, vari viaggi e soggiorni nei paesi latinoamericani.
1986 Ulteriore formazione alla Schule für Gestaltung, Zurigo, inizia a lavorare come scultore.
1994 Esclusivamente attivo come scultore.
1995 Soggiorno a Pietrasanta.
1997 Trasferimento in Italia. Oggi vive a Stabio e Panicale (Perugia).
 
 
Mostre (selezione)
1997 Galerie Jeannette Catrina, Oetwil
1998 Galerie Antonigasse, Bremgarten
1999 Galerie vista nova, Zürich
2000 Galerie Gluri-Suter-Huus, Wettingen
2001 Galerie vista nova, Zurigo
2002 Galerie Mazzara, Riehen
Galerie Antonigasse, Bremgarten
2003 Galerie vista nova, Bremgarten
2004 Künstlerhaus Freienbach SZ
2005 Kunst im alten Schützenhaus, Zofingen
2006 Galerie Antonigasse, Bremgarten
2007 exp‘au Milan, La Roche/Gruyère
Galerie Mollwo, Riehen
2009 Galerie ArteNa, Waltenschwil

 

Pierluigi Poretti 

marzo 2010

Tassalli di vita nella natura

Nasce nel 1946 a Chiasso, studia al Centro Scolastico per le Industrie Artistiche di Lugano nella sezione arti decorative, ottenendo il premio Bariffi per la scultura.
Frequenta poi, presso lo stesso Istituto, il corso di perfezionamento in pittura , aggiudicandosi il premio Lavizzari.
Completa infine i suoi studi all’Accademia delle Belle Arti a Milano sotto la guida di Domenico Cantatore.
Nel 1969 inizia un lungo percorso professionale nell’insegnamento medio. Attualmente è docente di visiva presso la Scuola Media di Serocca d’Agno.
Negli anni in cui l’Europa contrapponeva la neofigurazione d’avanguardia alla Pop Art statunitense, Pierluigi Poretti esordiva con una personale, esponendo alla Galleria Tonino di Campione d’Italia. Era il 1969 e nella monografia della mostra, Manfredo Patocchi rimarcava in Poretti l’assenza di casualità e improvvisazione, sottolineando per contro un’evidente meditazione accostata a una profonda analisi delle cose, delle situazioni e dei contrasti. Il filo conduttore delle opere realizzate dal Poretti è rappresentato dalla natura, indagata mantenendo costanti gli elementi descrittivi evidenziati da Patocchi. …L’indagine si articola a partire da una dimensione della natura infinitamente piccola, da un dettaglio, da un elemento di difficile percezione per l’occhio che si limita al vedere e non passa all’osservare. Dieci anni dopo la prima personale, Eros Bellinelli spiega come Poretti riesca ad “aprire dei semi”, far “scoppiare un germoglio”, “sorprendere una rinascita” e “raccontare una fecondazione”. La profonda meditazione individuata da Patocchi si ritrova ancora nelle parole di Bellinelli che attribuisce all’arte del Poretti una “metodica sapienza”. Precisi accostamenti e geometrie – il disegno è essenziale per Poretti – consentono la materializzazione di atmosfere surreali costituite dall’espansione di quel dettaglio osservato in partenza. L’artista libera dunque una dimensione sfuggente ai più, espandendola con una precisa e logica organizzazione, dipingendola come meravigliosa razionalità. Pierluigi Poretti indaga la natura sviluppando tre tematiche
fondamentali. Una prima e ampia stagione è dedicata all’analisi quasi anatomica del microcosmo vegetale. Ne segue un biennio sofferto in cui la degradazione ambientale veicolata dall’uomo, accende nel Poretti la necessità di denunciare la propria indignazione
dipingendo una spenta surrealtà di devastazione e corruzione ambientale. Il Poretti individua successivamente un altro ruolo dell’uomo inserito nella dimensione eco sistemica: è questa la terza stagione artistica di un Pierluigi Poretti capace di riflettere criticamente,
contrapponendo l’uomo incurante delle necessità ambientali, con l’uomo teneramente intento a ritagliarsi un angolo verde che lo riconcili con la terra. Il Poretti rivaluta dunque il riscoperto bisogno di contatto con la natura, rappresentando quegli elementi della cultura contadina capaci di rievocare nell’uomo il proprio attaccamento
all’ambiente. Patocchi, nella monografia redatta nel 1969 in occasione della prima personale di Pierluigi Poretti, esaltava “il gusto preciso per la vita, per la vita che divampa, che si accende in una tavolozza messa al servizio della gioia”, quel gusto conservato nel tempo dall’artista, capace di indurlo a rimettersi alla prova esponendo in un’ulteriore personale, quel gusto che lo sfida a confrontarsi
con sé stesso consentendogli così di sentirsi vivo.
 
Omar Balmelli

 

 

"Due anime" di Gabi Fluck

 dal 17 novembre 2011

 

Vernice

giovedì 17 novembre 2011 alle ore 18.30

 

Presentazione

di Pepita Vera Consorti

 

Dalle maree, ai paesaggi
Un possibile sguardo sul lavoro di Gabi Fluck
 
Françoise Gehring
 
E’ come quando l’onda si infrange sulla battigia, con i suoi flussi e riflussi. Il suo è un continuo prendere e lasciare segni, impronte, nervature, materia. Dolcemente o con impeto. Non importa. Quel che conta è il segno. Come rappresentazione e espressione di contenuto. Come punto di arrivo di emozioni e memoria, come congiunzione tra immaginazione e realizzazione. La battigia di Gabi Fluck è la carta, o meglio le sensuali carte che assorbono e per questo svelano quel che lasciano le maree. Guidate dalla Luna, principio femminile e simbolo di fecondità a cui vengono associate preziose qualità creative: immaginazione, ricettività intellettuale, intuizione, vita interiore, mobilità. Le carte di Gabi sono altrettante mappe che narrano viaggi reali e immaginari, che tracciano percorsi senza definire un unico approdo. Ogni opera, indipendentemente dal linguaggio astratto o figurativo, è un paesaggio: il tratto delinea i confini, la materia e i pigmenti suggeriscono i rilievi.
 
Le donne, al centro del lavoro di Gabi Fluck, sono esse stesse paesaggi, interiori e immaginari ma perfettamente visibili: attraverso i loro sguardi, le loro forme, le loro espressioni, le situazioni in cui l’artista le colloca giocando mirabilmente con la tecnica del collage. E’ un paesaggio inedito e sorprendente la carta da forno, su cui cuoce prima il pane e successivamente lievitano le idee di Gabi. La metamorfosi si compie attraverso il tratto, i ritagli, le velature di un gesto artistico sicuro, attento agli equilibri, alle proporzioni, alle affinità cromatiche e materiche. Sono mondi sospesi le sculture che vediamo nell’atelier di Gabi, piccole e leggere creazioni, forse anche creature figlie della sperimentazione, di quella gioia creativa che per gioco apre porte e finestre su altre modalità espressive.
 
L’atelier di Gabi è come il laboratorio di un alchimista. In ogni angolo c’è un possibile racconto: può partire da un semplice pezzo di carta sgualcito, dalle stupende carte giapponesi o himalayane, da un gessetto, un pezzo di legno, una conchiglia, una frase di un libro aperto, un ricordo, un appunto scritto a mano. Eppure nulla è gratuito: l’ispirazione va tradotta in segno, l’improvvisazione rivisitata. L’arte è lavoro, ricerca, conoscenza, allenamento, verifica, disciplina. Ma anche emozioni, gioia, ironia, divertimento. Elementi che Gabi Fluck esprime e sa esprimere con la leggerezza di chi conosce le profondità di mondi immaginari, sottili e impalbabili.
 
Ogni donna porta con sé una forza naturale ricca di doni creatori e creativi, di buoni istinti, di saperi ancestrali. L’arte, nelle sue molteplici sfaccettature e possibilità espressive, è uno degli strumenti – non l’unico – che permettono alla donna di avvicinare il suo territorio – pubblico, privato e segreto - e trovare il contatto con la sua parte più profonda e autentica, con i mondi visibili ed invisibili. Perché questo è il vero ritorno a casa: seguire il proprio talento. Non importa se si segue secondo il movimento dell’onda, con i suoi alti e bassi. Ciò che conta è essere fedeli a se stessi, in sintonia con il proprio movimento dell’anima.

  

L’esposizione gode del sostegno delle Banche Raiffeisen di Bioggio, Cademario e Agno,  delle AIL SA - Aziende industriali di Lugano e della Tenuta Bally & Von Teufenstein

 

ESPLORA BIOGGIO